ANDREA BARONI – La sua ricerca

– l’Uomo Sfocato e Uomo Lucido

SIMONA ORNAGHI – La sua ricerca
Radicamento /ra-di-ca-men-to/s.m.[der .di radicare ]
- Inserimento o assestamento profondo e definitivo
- In botanica , formazione di radici da parte di una pianta
- Il mettere radici il fatto di radicarsi ,profondo inserimento in un ambiente.
- Stabilirsi in un posto e ambientarsi
Abitare uno spazio / pensare con il corpo/ riflessione sul linguaggio.

Parto da questa prima riflessione, cosa vuol dire radicarsi, mettere radici, abitare uno spazio. Secondo l’accezione antropologica abitare uno spazio significa potervi investire i nostri desideri ,i nostri sogni o i nostri ricordi per trasformarlo in un luogo identificabile e nel quale noi stessi possiamo identificarci che sia per tutta la vita o per un breve tempo . Ma più spesso succede che si debbano reprimere sentimenti e bisogni per il fatto che siamo costretti ad abitare uno spazio” esterno” che spesso ci sembra estraneo quanto ostile.
…. se fosse così semplice…. in questi anni di teatro ho cercato di abitare spazi dandomi una forma, a volte un nome, cercando di darmi un identità all’ interno di uno spazio sia fisico che mentale.Radicarsi vuol dire prendere una posizione , luogo in cui essere in equilibrio nella propria unicità.
Questo é il punto che mi piacerebbe indagare e sul quale soffermarmi.
Abitare uno spazio/ radicarsi/ vuoto/risonanza/azione.

Ho iniziato questo laboratorio con una poesia per me molto importante, e che esprime a parole cosa é per me il senso di radicamento:
Sono stata una ragazza nel roseto
una ninfa. Quasi fantasma che stava
scomparendo
sono stata una ragazza di sedici anni
distesa. Ho attraversato il deserto
rapidamente, quasi volando,
una statua di pietra del Budda
dormiente, un Budda di cenere
sono stata. Una donna appesa.
Sono stata un uomo duro e forzuto.
Una eccentrica con un pesce in bocca
e poi il bambino dell’imperatore
del giardino orientale. Un albero
forse. Un topo. Un elefante
una lepre. Sono stata campo
di battaglia e una preghiera. Un papavero.
Un intero pianeta. Forse una stella
un lago. Acqua sono stata,
questo lo so. Sono stata acqua
e vento. Una pioggia su qualcosa
che ero stata tempo addietro.
Un giuramento. Un’attesa.
La corsa della gazzella. E proiettile
sono stata, freccia perfetta scagliata,
catacomba. Un credo – un lamento.
Un bastimento fra onde altissime.
Forse anche il mare.
E dunque – di cosa dovrei avere paura
adesso.
Concludo questo primo mese di laboratorio con un pezzo di Barrault:
Non ci resta che continuare.
Il teatro é prima di tutto un’arte che si muove.Bisogna cancellare sempre tutto ,dimenticare sempre,ripartire sempre da zero.
É la rivoluzione permanente .È questo il suo lato appassionante.
Ogni giorno si deve nascere per la prima volta. È qui la difficoltà …
…e dunque di cosa dovrei avere paura adesso….
La Simo