LE RICERCHE

ANDREA BARONI – La sua ricerca

«La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola, domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo» – Uno nessuno centomila, Luigi Pirandello
– Ciò che deve accadere, accade.
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foto di ADRIAN DENNIS/AFP/Getty Images
La necessità o l’urgenza di una performance “solo” mi era già emersa prima di incontrare e conoscere Marco. Una necessità artistica e una necessità personale che iniziavano sempre più ad incrociarsi ed a contaminarsi. L’incontro con Marco e la conoscenza del progetto Move Lab è arrivato al momento giusto, il momento in cui emergeva il bisogno di un occhio esterno che faceva chiarezza nella miei passi. E chiarezza è una delle parole che in questi primi mesi ha maggiormente indirizzato il lavoro.

– l’Uomo Sfocato e Uomo Lucido

Nel lavoro dei primi mesi la mia ricerca si è focalizzata in due immagini che saranno gli estremi della narrazione che abbiamo denominato “l’uomo sfocato” e “l’uomo lucido”. Il primo rappresenta l’oscurità, la confusione, l’indecisione. il secondo la luce, la chiarezza, la decisione; Su questi poli opposti ma che vivono nello stesso momento stò costruendo una narrazione orizzontale. Il passaggio, forse irrealizzabile, dall’uomo sfocato all’uomo lucido.
– Le  Spinte
All’interno del lavoro ho deciso di introdurre una narrazione verticale che si basa su cinque spinte, cinque messaggi che secondo lo studioso Taibi Kahler, che raggruppano tutti i messaggi negativi che i bambini ricevono dai genitori  e che ritroviamo anche nella nostra personalità adulta. ” sforzati”, “compiaci”, “sii perfetto”, “sii forte”, “sbrigati”. Come trasformare questi messaggi negativi in messaggi positivi? Torniamo  quindi all’immagine all’uomo sfocato e dell’uomo lucido
La prima spinta che intendo affrontare in una ricerca performativa e drammaturgica è il “sii perfetto”, la spinta che sento maggiormente facente parte della mia personalità
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Andrea.

 

 

SIMONA ORNAGHI – La sua ricerca

Radicamento /ra-di-ca-men-to/s.m.[der .di radicare ]

  • Inserimento o assestamento profondo e definitivo
  • In botanica , formazione di radici da parte di una pianta
  • Il mettere radici il fatto di radicarsi ,profondo inserimento in un ambiente. 
  • Stabilirsi in un  posto e ambientarsi 

Abitare uno spazio / pensare con il corpo/ riflessione sul linguaggio. 

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Parto da questa prima riflessione, cosa vuol dire radicarsi, mettere radici, abitare uno spazio. Secondo l’accezione antropologica abitare uno spazio significa potervi investire i nostri desideri ,i nostri sogni o i nostri ricordi per trasformarlo in un luogo identificabile e nel quale noi stessi possiamo identificarci che sia per tutta la vita o per un breve tempo . Ma più spesso succede che si debbano  reprimere sentimenti e bisogni per il fatto che siamo costretti ad abitare uno spazio” esterno” che spesso ci sembra estraneo quanto ostile.

…. se fosse così semplice…. in questi anni di teatro ho cercato di abitare spazi dandomi una forma, a volte un nome, cercando di darmi un identità all’ interno di uno spazio sia fisico che mentale.Radicarsi vuol dire prendere una posizione , luogo in cui essere in equilibrio nella propria unicità.

Questo é il punto che mi piacerebbe indagare e sul quale soffermarmi.

Abitare uno spazio/ radicarsi/ vuoto/risonanza/azione.

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Ho iniziato questo laboratorio con una poesia per me molto importante, e che esprime a parole cosa é per me il senso di radicamento:

Sono stata una ragazza nel roseto

una ninfa. Quasi fantasma che stava

scomparendo

sono stata una ragazza di sedici anni

distesa. Ho attraversato il deserto

rapidamente, quasi volando,

una statua di pietra del Budda

dormiente, un Budda di cenere

sono stata. Una donna appesa.

Sono stata un uomo duro e forzuto.

Una eccentrica con un pesce in bocca

e poi il bambino dell’imperatore

del giardino orientale. Un albero

forse. Un topo. Un elefante

una lepre. Sono stata campo

di battaglia e una preghiera. Un papavero.

Un intero pianeta. Forse una stella

un lago. Acqua sono stata,

questo lo so. Sono stata acqua

e vento. Una pioggia su qualcosa

che ero stata tempo addietro.

Un giuramento. Un’attesa.

La corsa della gazzella. E proiettile

sono stata, freccia perfetta scagliata,

catacomba. Un credo – un lamento.

Un bastimento fra onde altissime.

Forse anche il mare.

E dunque – di cosa dovrei avere paura

adesso.

Concludo questo primo mese di laboratorio con un pezzo di Barrault:

Non ci resta che continuare.

Il teatro é prima di tutto un’arte che si muove.Bisogna cancellare sempre tutto ,dimenticare sempre,ripartire sempre da zero.

É la rivoluzione permanente .È questo il suo lato appassionante.

Ogni giorno si deve nascere per la prima volta. È qui la difficoltà …

…e dunque di cosa dovrei avere paura adesso….

La Simo

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